Il territorio In Livio ed in Polibio troviamo menzionato “Cominium Ceritum”, sito a pochi chilometri dall’attuale Cerreto Sannita, in prossimità del monte Cigno, nel massiccio del Matese ove sorgeva un tempio dedicato alla dea flora oggi chiesa di S. Maria della Libera. Colonia romana fu distrutta dai Saraceni, ricostruita con i fuggiaschi telesini in prossimità del Monte Coppe, si ingrandì dando così luogo alla Cerreto medievale della quale sappiamo, per certo, esisteva tra il IX e il X secolo. Normanna fu la prima signoria quella dei Sanframondo sino al 1483 allorquando re Ferdinando la vendette ai Carafa di Maddaloni che detennero la signoria fino all’abolizione della feudalità. Sede vescovile dalla fine del VI secolo, fu riconosciuta ufficialmente con atto pontificio nel 612.
L’anno di nascita di San Lorenzello è invece databile intorno al 864 d.C. anche se una prima notizia sicura ed ufficiale si ha solo nel 1150. Nell’anno 1151 Guglielmo Sanframondo, figlio di Raone, divenne conte di Cerreto e, sotto la guida dei Sanframondo, San Lorenzello restò fino al 1461. Nel 1483 Diomede Carafa acquistò i diritti di Cerreto, San Lorenzello e Civitella, e tali diritti si protrassero per oltre tre secoli, fino all’abolizione del feudalesimo. Nel 1541 i cittadini di questo paese riuscirono a strappare a Diomede Carafa III, gli statuti che davano vita all’università di San Lorenzello e a garantirsi un minimo di libertà dai soprusi del feudatario, del governatore e dei nobili locali. Nel 1656 la popolazione di San Lorenzello fu decimata dalla peste e, il 5 giugno 1688, il paese fu distrutto dal terremoto che colpì anche la vicina Cerreto. È nel periodo successivo, quello della ricostruzione, che nascono le prime botteghe artigiane dove la tradizione artistica delle ceramiche si sviluppa. Frutto dell'incontro tra la civiltà cristiana e quella musulmana la tradizione della ceramica cerretese fu una espressione artistica che lo studioso Donatone ha proposto di chiamare "parteno-araba", nello svolgimento della quale Napoli avrebbe avuto un ruolo importante con la conseguente diffusione nel centro-nord della già sperimentata tecnica di invetriatura stannifera. A partire dal XVI secolo la sessuofobica cultura della Spagna dell'inquisizione, sempre più presente nella spagnoleggiante società partenopea, fece proporre uno stile compendiario, cioè con sobrie ed essenziali decorazioni tipiche della ceramica di Faenza. A partire dal '600, poi, la presenza di una numerosa colonia fiorentina, propose e diffuse motivi tipici della ceramica di Montelupo Fiorentino, dalla caratteristica impronta popolaresca. Nel fervido clima culturale-figurativo della Napoli barocca, si inserisce Cerreto Sannita. "...Hor questa terra con le Chiese, Monasteri, e tutto... in tanto tempo, quanto porria dirsi un Credo, cadde tutta, tutta, tutta, senza che vi rimanesse pure una casa da desolarsi, solo rimasero in piedi...tre piccole casette d'un vasaio (ceramista), cosa che chi non la vede, stenteria crederla..." Relazione di Mons. De Bellis sul terremoto del 5 giugno 1688. La ricostruzione di Cerreto fu voluta da Marzio Carafa, VII Duca di Maddaloni e X Conte di Cerreto, il più illuminato della famiglia Carafa, tanto che lo storico Dalio lo paragonò al sole che fuga le tenebre, nella certezza che Cerreto risorgerà dalle sue rovine "sub principe tanto" e che "restituit juri iustitiaeque locum" (riportò sul posto il diritto e la giustizia). L'architetto G.B.Manni progettò la città, ("di fondazione", quindi, prima di Noto e dopo Pienza), ed era la prima volta nell'Italia Centro-meridionale, in base ad una pianta regolare, con cardini e decumani che hanno il loro punto di fuga sempre su di uno scenario naturale o artificiale: una città nuova, "Città pensata". La ricostruzione, voluta dai Carafa, duchi di Maddaloni e Conti di Cerreto, dove avevano ingenti interessi economici dovuti alla produzione dei panni lana, tra cui il famoso "Bardiglione" mantello in lana impermeabile in dotazione anche all'esercito Borbonico, portò a Cerreto maestranze napoletane, nonché artisti come Scarano, Russo, Marchitto e Giustiniani che portarono l'esperienza di Capodimonte. L'incontro tra scuole diverse diede luogo ad una produzione ceramica che riproponeva modelli e tipologie partenopee, ma con un nuovo, dissonante ed esuberante cromatismo, dal gusto naturalistico, con svelte e nervose immagini animalistiche, dal sapore “naif”, che fanno ricordare il rapporto uomo-animale delle antiche civiltà venatorie. "...nella vecchia e nuova Cerreto han sempre gli stoviglieri manipolato vasi ancor grandi, invetriati, e variamente dipinti..." N.Rotondi - Memorie Storiche. Proprio di fronte alla Cattedrale era ubicata la "Faenzera", il quartiere ove erano le botteghe con le fornaci, molte delle quali sono da poco venute alla luce in case private lungo Via Gizzi.
Poco d'ivi lontano (dalla Cattedrale) è la Faenza Cioè dove si fanno i vasi bianchi E dipinti con somma diligenza Voi vedrete lavor sì fini e franchi Che se fosser di creta di Savona Potrian star d'ogni lavoro ai fianchi (da una poesia del Governatore Migliorini - 1711)
Le fornaci erano rudimentali, a gran fuoco, soggette a frequenti incendi. Perciò i ceramisti mettevano sulla porta della bottega una piastrella raffigurante S.Antonio Abate, loro protettore. Tra i ceramisti giunti da Napoli vi era appunto Antonio Giustiniani, di cui si può ammirare il pannello incassato nel timpano della congrega, a San Lorenzello. Sarà consegnata alla storia, ancor più, la figura di Nicola, figlio di Antonio, nato a San Lorenzello il 7 gennaio 1732. Seguendo le orme paterne, Nicola si dedicò, sin da piccolo, all’arte figulina, lavorando con profitto nella bottega del padre. In un terreno così fertile, Nicola ebbe modo di acquisire la padronanza assoluta della tecnica figulina, maturando poi al meglio nell’ambiente napoletano, certo più vasto e ricco di premesse, quell’estro che gli meritò il soprannome di “belpensiero”. Infatti, ricco di genio, di tecnica e speranza, Nicola parte per Napoli nel febbraio del 1752 e in pochi anni è un artista affermato:con lui nascerà la “Scuola Giustiniani”. La manifattura figulina continua nella seconda metà del ‘700 e si protrae, sia pure in tono minore, lungo quasi tutto l’ottocento. Quella del secondo settecentesco risente del gusto rococò, accanto al quale continuò a prosperare quella ricalcante i motivi espressivi e cromatici di gusto arcaico-cerretese. Fra le opere va ricordato il magnifico pavimento del presbitero nella già citata congrega di Maria SS.ma della sanità in San Lorenzello, datato 1798, opera dei Festa, ceramisti locali. I colori che predominano la tavolozza settecentesca, sulle acquasantiere, sui piatti, sulle zuppiere e sugli slanciati albarelli, sono il giallo intenso, l’arancione, il manganese, il blu turchino ed i verdi in tutta la loro gamma dal ramina al marcio. Ma quello che caratterizza questa tecnica ceramica differenziandola totalmente da altre più diffuse, come quelle di Vietri o di Faenza, oltre alle sue tinte eleganti e delicate, è il tratto del disegno, nei paesaggi e nei motivi ornamentali che, senza avere la ricercata leziosità della ceramica di corte, non cade mai nel rustico volgare. É la mano dell’artista,quindi,e la sua bravura,che rende questa ceramica un vero capolavoro di raffinata arte popolare.
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